lunedì 8 maggio 2017

Passa molto, moltissimo tempo al computer

Buongiorno dottore, nostro figlio di 19 anni ha delle difficoltà a stare con le persone. Passa molto, moltissimo tempo al computer e spesso lo troviamo davanti allo schermo anche in piena notte. Ci sembra che abbia pochi amici, con noi non vuole parlare si limita a dire che è normale che i giovani di oggi passino tanto tempo al computer e che la cosa gli è utile per imparare molte cose. Ma a noi sembra non abbia amici (o sono tutti virtuali?) e non riusciamo ad entrare nel suo mondo. Appena proviamo a fargli qualche domanda reagisce aggressivamente e sembra che l'unico modo per mantenere un qualche equilibrio in famiglia sia di concedergli di stare al computer. A volte mangia poco, ma io spesso mi accorgo che mangia delle cose dal frigo di notte. Non sappiamo cosa fare, abbiamo paura che vietandogli il computer possa dare di matto. Ultimamente sta saltando anche parecchi giorni a scuola, perché dice che ha dormito poco e non si sente tanto bene. In pratica in quei casi dorme fino all'una del pomeriggio, poi si alza, non mangia e si mette al computer. Mentre era a scuola abbiamo acceso il suo computer ma c'è la password e non possiamo vedere niente. Non sappiamo veramente cosa fare, dovremo costringerlo a fare qualcosa ma siamo spaventati dalle sue reazioni e temiamo che possano solo aggravare la situazione. Cosa ci consiglia di fare? Grazie mille per i suoi preziosi consigli.

G.N.


>Gentile G.N.

dalla descrizione che mi fa sembra che suo figlio sia affetto dalla quella sindrome recentemente identificata che si chiama abitualmente hikikomori, cioè una forma di isolamento, diversa dalla fobia sociale, che colpisce in particolare in adolescenza. Si tratta di un ritiro dalle relazioni, e nei casi più gravi di un isolamento dal mondo, dove spesso il computer è la sola finestra rimasta aperta. Non vi consiglierei quindi di vietare a vostro figlio il computer, perché quello è piuttosto l’ultimo aggancio rimasto che gli permette di comunicare con l’esterno. Si tende in questi casi in genere a considerare l’isolamento come legato a una sorta di dipendenza dal computer, mentre nell’isolamento dell’hikikomori si tratta di qualcosa di molto diverso dalla dipendenza. Occorre piuttosto capire cosa lo porta a questa forma di ritiro, da cosa il soggetto fugge. Sapete se ha mai subito fenomeni di bullismo? Ha mai manifestato precedentemente sfiducia nelle relazioni con i coetanei o in genere con il prossimo? Ci sono stati momenti, anche in infanzia, in cui è stato aperto alle confidenze? A partire da qui, da qualche isola relazionale rimasta intatta, si può cominciare a ricostruire, ma è un lavoro che può essere fatto sotto la guida di un professionista che vi aiuti a vedere quel che dall’interno della situazione voi ovviamente non avete la possibilità di scorgere.
Un saluto cordiale,

dott. Marco Focchi



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mercoledì 26 aprile 2017

Mia figlia è dislessica

Gentile dott. Mia figlia è  dislessica. La scuola non ci è stata d'aiuto, per far si che fossero riconosciuti i suoi bisogni speciali abbiamo lottato con le unghie e con i denti, mettendo in mezzo pure un avvocato.
Dall'adolescenza come se non bastasse mia figlia ha iniziato a soffrire di malesseri: depressione, ansia e veri e propri attacchi di panico. Stava male e  tutto per insegnanti ignoranti,  che si rifiutavano di fare il loro dovere e consideravano me una madre pretenziosa e pazza, che pretendeva un programma personalizzato per la figlia.
E anche io come madre a dover rispondere colpo su colpo a vere e proprie offese e prese in giro dei professori che vedevano solo disimpegno e incapacità.
Considerata la cretina della classe, insomma. E se questi sono i modi degli adulti le lascio immaginare quelli dei compagni.
Non ho voluto cambiare scuola, non abbiamo voluto cedere. Solo bastoni tra le ruote e incomprensione abbiamo ottenuto.
Ha ottenuto la maturità, alle spalle denunce ai professori e una vera e propria guerra legale
Senza dimenticare le ferite quelle restano. Mi chiedo se sia possibile nel 2017 arrivare a questo a farsi giustizia da soli dall'ignoranza.
Grazie


>Gentile signora,

sono stupito della situazione che lei descrive. In genere, nelle scuole che ho conosciuto, ho sempre trovato molta attenzione ai problemi dei bambini, e in particolare per quanto riguarda la dislessia. In alcune scuole c’era addirittura una verifica di routine su tutte le seconde classi per verificare con dei test la possibilità di problemi legati alla dislessia. Quel che ho incontrato è stato piuttosto un eccesso di zelo in questa direzione, che portava a volte a sovradiagnostcare situazioni che non risultavano in realtà affatto patologiche. Sorprende dunque che lei si sia dovuta trovare nella situazione di forzare la mano per ottenere un piano personalizzato, che in genere è nell’interesse stesso dei docenti e della classe far avere. Come ha avuto sua figlia la diagnosi di dislessia? È stata presentata a un centro convenzionato? Ha consultato altri pareri di specialisti per verificare questa diagnosi? Che documentazione ha prodotto nella sua battaglia legale? Non vorrei che si trattasse di un equivoco, come a volte succede, o di un malinteso con il corpo docente. Lei sembra convinta della diagnosi di sua figlia, ma a volte gli esperti danno pareri contrastanti sulla base di sfumature molto sottili.

Un cordiale saluto

dott. Marco Focchi


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lunedì 3 aprile 2017

Una infatuazione, un abbaglio che fatico a gestire

Gentile dott. Focchi,
in tanti anni di insegnamento non mi era mai successo. C'è un alunno brillante nel quinto anno della mia classe. intelligente preciso, dalla profondità di ragionamento. Appassionato, curioso, motivato. Ha cominciato a  chiedermi di articoli di approfondimento, testi, abbiamo cominciato a discutere rispetto a tematiche affrontate in classe sempre con piacere. Uno di quei ragazzi che con facilità seguono la lezione e sono da faro anche per gli altri come modo di porsi, di argomentare, di portare un'opinione diversa. È imbarazzante ma quello che per me c'è stato sempre nel nostro tempo passato insieme è stato sempre l'orgoglio di un insegnante per un alunno, la simpatia, stima, rispetto, lo sguardo bonario di un padre per quello che potrebbe essere un figlio. Ho scoperto che lui dentro ai nostri scambi ha trovato qualcosa di più e di diverso. Una infatuazione, un abbaglio che fatico a gestire. Mi trovo a chiedermi se non ho indotto io certi pensieri o desideri. Perché provo questo imbarazzo, c'è forse una dimensione perversa anche in me che mi trovo a pensare spesso a lui che mi gratifica con il suo desiderio nei miei confronti?

Grazie

V.


>Gentile V.

mi parla di un alunno del quinto anno della sua classe, suppongo dunque che si tratti di un ragazzo diciottenne, un’età in cui può emergere il quesito intorno al proprio orientamento sessuale, e l’influenza di un insegnante che ha un forte ascendente su di lui può essere un detonatore del processo.  Ma mi pare però che per lei l’interrogativo si ponga in particolare per quel che riguarda la sua parte: si domanda cioè se non possa essere stata una sua propensione a innescare nel ragazzo qualcosa al di là della relazione insegnante-allievo. Che lei si possa sentire gratificato dall’attenzione del ragazzo nei suoi confronti non stupisce, ma lei si riferisce a quella a che chiama una "dimensione perversa". Forse è per lei che il rapporto con il ragazzo ha fatto da rivelatore di aspetti della sua personalità a le i precedentemente sconosciuti? L’aspetto positivo è che lei non disconosce questi aspetti e si interroga su di essi. Ovviamente non posso rispondere io a questo suo dubbio, non avendo, dalla sua lettera, gli elementi necessari, ma quel che posso dire è che se il dubbio le è sorto è bene che lei approfondisca e conosca meglio la situazione che sta traversando. Può essere un turbamento di passaggio o una nuova fase della sua vita, ma per saperlo la cosa migliore è consultare un professionista. Mi contatti pure se lo desidera.
Un cordiale saluto,

dott. Marco Focchi  



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martedì 21 marzo 2017

Un uomo che non c'è mai stato per me e per mio figlio

Gentile dottore, premetto che sono separata da cinque anni da un uomo che non c'è mai stato per me è per mio figlio. Andrea adesso ha undici anni, è un ragazzino sereno con la testa sulle spalle e nonostante i trascorsi decisamente burrascosi.  Scrivo perché mi chiedo se non ci sia un limite all'ingerenza della scuola nella sfera intima delle famiglie. Se sono la sola che si trova in questa situazione. Mi chiedo cosa possano saperne le insegnanti di quello che abbiamo vissuto e come possa essere loro concesso di mettersi in mezzo a questioni private. non vedo perché la scuola mi debba obbligare a condividere con mio ex marito il scelte relative all'apprendimento,alle gite, alle attività extra scuola quando dall'altra parte c'è l'indifferenza glaciale, la totale noncuranza e il disinteresse da sempre. Perché poi dovrei sentirmi in dovere di condividere tutto questo con colui che mi arreca da tempo solo sofferenza. Grazie

C.


>Gentile signora,

non so quale sia il suo regime di separazione con il suo ex marito, ma di fatto la scuola non può prendersi la responsabilità di iniziative avendo il consenso di uno solo dei due genitori, soprattutto in un caso come il vostro, dove manca la comunicazione e dove è difficile valutare che le scelte siano condivise. È lo stesso problema che si presenta nelle psicoterapie con i minori: occorre il consenso di entrambi i genitori. Il suggerimento che posso darle, se è un discorso che può affrontare con il suo ex marito, è di ottenere da lui un consenso a priori e  generico, ma scritto, sulle scelte relative alla scuola.
Un saluto,

dr. Marco Focchi

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lunedì 20 marzo 2017

Ci chiede della morte

Gentile dottore,
mia figlia Adele ha cinque anni. È una bambina serena, partecipa a tante attività,  le piace la piscina, il canto, le piace parlare con tutti. attacca bottone con chiunque anche con le altre mamme se le figlie non la considerano quanto vorrebbe. È un po' particolare, delle volte è un po' più riservata. Non direi timida perché appunto partecipa con piacere, in questi giorni alla fiera andava dritta verso i giochi con le amichette dimenticandosi quasi di noi. A scuola le danno fastidio i rumori forti si mette proprio le mani sulle orecchie e manifesta fastidio. Non so se è perché effettivamente ci sia molta confusione essendo una classe numerosa e venendo i bimbi lasciati tutti insieme nella pausa. Oppure se non sia qualcosa di particolare. le scrivo perché spesso mia figlia fa domande strane per una bimba della sua età.  Ci chiede della morte. Dove andremo quando saremo morti. Cose del genere. Le ho spiegato che andremo in cielo. Lei mi chiede- ma quale stella saremo? - e quali sono le stelle dei nonni? E io francamente non so più come spiegarle, mi turba questo suo insistente interesse. Parlando con le insegnanti e con le altre mamme tutti mi dicono che ha una sorta di fissazione che non capita alle altre bambine della sua età. la psicologa della scuola ci ha detto che Adele si è spaventata per via dell'infarto di sua zia, mia sorella e che è opportuno tenerla lontana dal reparto, così che si tranquillizzi un po'. Così abbiamo fatto con mio marito ma le sue domande continuano, sul dolore , sulle cure. Credo tema proprio per la nostra morte. Come dovremmo comportarci secondo lei? Dovremmo rivolgerci ad uno specialista? Grazie

V. A.


>Gentile V.A.,

le domande sulla morte da parte di un bambino di cinque anni non sono affatto insolite o anormali. I bambini pensano, o si preoccupano della morte. Non continuamente certo, ma c’è un momento in cui si rendono conto di cosa significa e tentano di darle un posto. Non so dirle se per sua figlia questo pensiero abbia varcato la soglia oltre la quale siamo al di là del normale modo di occuparsene dei bimbi di quell’età, perché per saperlo dovrei vederla. Se però è, come mi dice, una bimba serena, alla quale piace giocare, che ha contatto con i coetanei, direi che prima di tutto occorre parlarle a aiutarla a far ordine su questo problema che la occupa.
Ovviamente, quel che pensiamo sulla morte dipende molto dalla nostra posizione in rapporto alla religione. Per un genitore credente in genere è più facile affrontare questo tema, perché la morte, nella prospettiva di un credente è vista in chiave consolatoria, con un rimando a un’altra vita. Dire a un bambino che andremo in cielo significa dunque trasmettergli le nostre credenze sulla vita dopo la morte. Per un genitore non credente il discorso può essere più difficile, perché non ha racconti consolatori da trasmettere, e forse tutti noi, credenti e non credenti, nel discorso sulla morte facciamo passare la nostra angoscia di fondo su questo tema, perché è il mistero più profondo, e sia la posizione del credente sia quella del non credente sono traversate dal dubbio. Il consiglio che io dò è di parlare ai bambini schiettamente a partire da quelle che sono le nostre convinzioni. Senza imporle come precetti, ma semplicemente dicendo come noi abbiamo affrontato il problema della morte, e rispondendo senza remore alle loro domande, perché sono perfettamente in grado di capire quel che chiedono, e non si lasciano ingannare da risposte elusive. Poter condividere queste riflessioni con un genitore con il quale si ha un rapporto di fiducia è il modo migliore per costruire dentro di sé la forza con cui affrontare gli aspetti meno risolvibili della vita.

Un saluto cordiale

dr. Marco Focchi


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mercoledì 8 marzo 2017

Ci sono 18 ripetenti e 7 nuovi alunni

Ho mio figlio che ha problemi con la scuola, nella sua classe 1 superiore ci sono 18ripetenti e 7nuovi alunni tra i bocciati ci sono dei ragazzi che non hanno rispetto di niente e nessuno di conseguenza se la prendono con mio figlio e altri  . Il vice preside mi dice che non può fare niente è vera questa cosa ???

R.


>Gentile R.,

il problema del bullismo nelle scuole è molto diffuso e purtroppo in crescita. C’è una grande sensibilizzazione in questa fase, e il dibattito su questo tocca vari aspetti. Il più importante è l’educazione. Non si può sconfiggere il bullismo solo con misure repressive isolate. Occorre avviare una politica di sensibilizzazione che parte dalle famiglie e tocca i ragazzi. La scuola e la famiglia possono fare molto, ma non da sole. È necessario avviare una politica in questo senso che si faccia carico del problema, e coordini azioni preventive, che siano in grado di creare situazioni relazionali in cui il bullismo non trova terreno per crescere. Credo che lei, come genitore, e gli insegnanti della scuola di suo figlio, possiate muovervi in questo senso, impegnandovi per sensibilizzare l’opinione pubblica, e soprattutto dei genitori e degli insegnati della scuola di suo figlio. Non è la via più facile, né la più breve, ma è sicuramente quella che paga.

Un saluto cordiale

dott. Marco Focchi

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lunedì 6 marzo 2017

Parte e va a dare un pugno al fratello

Sono preoccupato per mio figlio. Fa continui capricci, vere e proprie scenate isteriche delle quali francamente mi vergogno e fatico a tollerare. Mia moglie è molto più paziente di me, spiega, cerca di capire. Io tante volte mi innervosisco e faccio la parte del "cattivo". Mi dispiace vederlo che mi guarda di traverso con gli occhi gonfi di lacrime, non vorrei trovarmi a questo mi sento poi dispiaciuto ma non so come fare altrimenti. Leonardo ha 5 anni. Non solo ha questi "no" continui qualsiasi cosa gli si proponga, ma diventa talvolta "aggressivo". Capita a scuola con i compagni più grandi di lui. Capita a casa con il fratellino di undici mesi. Anche mentre sono con lui, dedicandogli quindi tutta l'attenzione del caso, parte e va a dare un pugno al fratello.  Immagino che possa esserci una quota di gelosia ma facciamo il possibile per dedicare ad entrambi tutta l'attenzione. Non capisco da dove origini tutta questa rabbia e non so francamente come sia meglio comportarsi. Temo che questo suo atteggiamento possa creare grane con i compagni a scuola, temo che da qualche spinta possa passare ad altro e che questo giochi contro il futuro che vorrei per mio figlio. La ringrazio se potrà darci qualche indicazione o spunto su cui riflettere

P. V.


>Gentile signore,
La prima domanda che mi viene da porle è: da quanto tempo si manifesta l'aggressività che mi descrive? È sempre stata un tratto del carattere del bambino o è insorta in un dato momento? Mi dice infatti che Leonardo ha un fratellino di 11 anni e che manifesta anche con lui questo comportamento. Nella prospettiva abituale, quando si considerano le problematiche di un bambino, vengono attentamente soppesate le relazioni genitoriali, ma non sempre si dedica la stessa attenzione a eventuali fratelli o sorelle presenti nella famiglia. La relazione con il fratello, nel caso di Leonardo può essere di grande importanza. Un bambino che fino all'età di quattro anni è il polo esclusivo degli affetti dei genitori, e si sente poi spodestato dalla presenza di un nuovo arrivato, può reagire in molti modi, ma la reazione primaria è di angoscia e di gelosia. Da questi sentimenti negativi un bambino a volte si difende con l'aggressività, e questo potrebbe essere uno dei motivi del comportamento di Leonardo. Un'aggressività inizialmente rivolta al fratellino si maschera generalizzandosi, dando luogo alla situazione che mi descrive. Il suggerimento che posso darle è quindi di considerare questo aspetto è di valutare come è stato presentato a Leonardo l'arrivo in famiglia del fratellino.

Un saluto,
dr Marco Focchi


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