venerdì 1 dicembre 2017

Nella mia classe ho una compagna che mi prende in giro

salve,sono una ragazzina di prima media,nella mia classe ho una compagna che mi prende in giro.ho già parlato di questo problema ai genitori e anche alle insegnanti.i miei genitori dicono che devo riferirlo alle profe. e così ho fatto ma quando le profe. le hanno dato la nota e le hanno richiamato i genitori(che tra l'altro hanno detto che non succederà più),continua a fare girare le voci che io non sono altro che una ragazza che odia tutti e fa altre battute su di me.come potrei fare dott.Marco?

E.M.


>Cara E.M.,

la derisione è un’arma terribile per isolare qualcuno solo se la persona derisa sta al gioco dell’aggressore, cioè se lei stessa in qualche modo crede alle calunnie propalate. Tu hai fatto quel che era necessario: hai parlato con i tuoi genitori e con i professori. Ora tocca a te. Sei difesa dagli adulti, non lasciarti coinvolgere dalle dicerie della tua compagna. Un atteggiamento di distacco è sufficiente a farle smettere da sole, perché chi non vede colpita la propria vittima perde il gusto del gioco di derisione.
Un saluto

Marco Focchi

venerdì 24 novembre 2017

Ho un problema con un mio compagno di classe e con mia madre

Salve! Ho 14 anni e ho un problema con un mio compagno di classe e con mia madre.Per quanto riguarda il  primo succede che ogni volta che parlo con un mio compagno di classe lui, si"diverte" a balzare fuori e dire al mio compagno frasi del tipo:"Cosa parli a fare con sto qua non capisci che è un co**ne che sta sul ca**o a tutto il mondo. oppure "Non parlate con D.G e un min**ione  di mer*da.Quest'ultima frase è stata scritta sul gruppo di whatsapp della classe.Per quanto riguarda il secondo è che mia mamma continua a insultarmi dicendo che è "anormale"che io preferisco stare da solo anzichè con gli altri, d'altra parte mia mamma appena sbaglio inizia a togliermi il computer e il telefono.Io a queste situazioni vado di matto e inizio a picchiare pugni al muro oppure a graffiarmi.Un saluto e grazie spero che mi aiuterà al più presto


>Caro S.,

la tua è effettivamente una situazione difficile. Credo che dovresti parlare con degli adulti fidati. Nel caso del compagno di classe con qualche professore con cui hai maggiore confidenza. Per quanto riguarda tua madre che posizione prende tuo padre? Credo dovresti rivolgerti a lui e cercare in lui protezione. Spero tu possa uscire presto da questa situazione con l’aiuto di persone nelle quali riponi fiducia.
Un saluto cordiale

Marco Focchi




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giovedì 23 novembre 2017

Fino a che punto accogliere accogliere accogliere?



Dirigo una scuola dell’infanzia in Sicilia da ormai 30 anni. Una scuola di successo. Nota a Messina per la sua attenzione ai molteplici linguaggi del bambino, alla singolarità di ognuno, alla appartenenza al gruppo. Orto, teatro, arte, yoga...Ho una formazione Lacaniana e siamo molto attenti alle problematiche di ognuno curando con attenzione il rapporto con i genitori. Questo ha favorito sicuramente il fatto che molti bambini con gravi problematiche, diagnosi di ogni genere... casi gravi che nonostante il buon rapporto numerico e la bellezza degli spazi, la cura, l’attenzione e la dedizione ci espongono a difficoltà di ogni genere. Un sentimento di impotenza ci assale da qualche tempo, di senza speranza per questi bambini ma anche di compassione per quelli che sono penalizzati in varie forme  in nome dell’integrazione da noi stessi professata.
Inoltre anche quando questi bambini raggiungono l’età scolare, sta diventando una consuetudine che, da parte dei genitori, sostenuti dai loro neuropsichiatri e terapisti vari, ci chiedono di prolungare il tempo dell’asilo presso di noi. Ma fino a che punto è giusto tenere dentro un gruppo un numero di bambini che sembrano usciti da qualcuno volò sul nido del cuculo? Insegnanti esasperati seppure molto disponibili, estenuati da grida, morsi, cacche spalmate ovunque e così via...
Fino a che punto accogliere accogliere accogliere? Fino a che punto di fronte ad una violenza inaudita di un bambino di 4 anno che spinge, morde, urla bisogna tenerlo nel gruppo a tutti i costi?
Siamo esasperati.
Grazie di cuore.

R.


>Gentile R.,

vorrei avere una risposta definitiva per il problema che lei pone ma, come lei stessa si rende conto con la sua esperienza, non c’è una misura netta in queste situazioni. Lei ha una formazione lacaniana, mi dice, quindi sicuramente rifugge dalle soluzioni semplicistiche che in molti casi vengono proposte e che, anche se impraticabili, godono del prestigio sociale proprio grazie al fatto che sembrano scientifiche, il che vuol dire: risolutive. Il fatto è che non esiste una scienza dell’integrazione, e ci sono molti campi dell’esistenza umana in cui il metodo scientifico – che tanto ci ha allargato i nostri orizzonti quando si applica agli oggetti – non ha campo di applicazione. La ricerca di metodi evidence based è spesso solo un tentativo di uscire dallo smarrimento, di invocare un “metodo forte” (che riecheggia molto “l’uomo forte”). Mi capita a volte, per esempio con gli adolescenti in difficoltà scolastica, quando il lavoro analitico ha tempi di stagnazione, prende strade più lunghe o tortuose, che i genitori mi dicano: “È forse ora il momento di passare a metodi più decisivi, di passare a dei farmaci”. Il fatto è che non c’è una pillola che farà imparare la lezione al figlio.
Capisco bene quel che lei mi dice quando mi parla di insegnanti esasperati da grida, intemperanze, crisi pantoclastiche. Ho conosciuto bene queste situazioni nella scuola elementare in cui per molti anni ha fatto consulenza. Sono sempre riuscito a evitare il “metodo forte” che veniva in quelle occasioni invocato, e il tempo e la pazienza mi hanno sempre dato ragione.
La sua domanda è molto seria, e la sola risposta seria è che l'unica vera arma nelle nostre mani è la pazienza contro l’impazienza – giustificata certo, ma controproducente – dei genitori e a volte degli insegnanti, la pazienza di seguire i labirinti del simbolico, di non cedere alle politiche segregative, di non misurarsi a partire dal metro di un’onnipotenza che è diventato lo standard in un’epoca dominata dalla tecnologia, ma che diventa fonte di frustrazione di fronte ai problemi dell’umano.
Un saluto cordiale

dott. Marco Focchi



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lunedì 20 novembre 2017

Una compagna mi prende in giro e mi fa i dispetti

ciao,sono una studentessa delle medie, in classe mi trovo bene ma una compagna mi prende in giro e mi fa i dispetti.ormai non la sopporto più come posso comportarmi con lei?

ZW


>Cara ZW,

mi domando innanzi tutto se tu ne abbia parlato con i tuoi genitori, e abbia fatto loro presente la tua situazione di disagio. Non ci sono infatti formule preformate per difendersi dai compagni che prendono in giro. Si può stare al gioco e replicare sullo stesso tono rovesciando la situazione sull’autore della derisione, cosa che in genere lo scoraggia, oppure lo si può ignorare, cosa che di solito lo stanca. Finché la derisione è nel gioco e non sconfina nel bullismo o nella violenza è facile difendersene mostrando più spirito di chi crede di averne a nostre spese. Se non ritieni di avere abbastanza spirito, lascia semplicemente che le sue parole cadano nel vuoto. Ma se questa situazione ti fa soffrire e non riesci a difendertene ci possono essere problemi più profondi di cui è utile che i tuoi genitori siano messi al corrente.

Un saluto

Marco Focchi

lunedì 30 ottobre 2017

Davamo per scontato che anche nostro figlio ereditasse questa nostra caratteristica

Buongiorno Dottore,
io e mio marito ci chiediamo cosa abbiamo sbagliato nell'educazione di nostro figlio, che ora ha 13 anni, il problema riguarda il fatto che non ha alcun interesse per lo studio e addirittura dice che non vuole fare le superiori. Noi ci troviamo nella situazione di doverlo obbligare a studiare, anche se mi rendo conto che senza un autentico desiderio di farlo sarà un percorso molto difficile. Ci sembra molto strano che stia andando in questo modo, perché sia io che mio marito siamo sempre state persone curiose e con un insaziabile desiderio di sapere e di conoscere. Siamo entrambi laureati. Probabilmente davamo per scontato che anche nostro figlio ereditasse questa nostra caratteristica. Invece pare proprio di no. Con questo non voglio dire che io, per esempio, avessi sempre voglia di andare a scuola e di studiare, ma so per certo che dentro me aspiravo ad avere una buona educazione ed avanzare il più possibile negli studi, anche sapendo che mi sarebbe costata della fatica. Chiaramente forzare qualcosa e sperare che sia "autentico" è un paradosso, per cui non sappiamo proprio come muoverci. Che consiglio ci può dare? Ci sarebbe veramente molto utile.

Un cordiale saluto e grazie mille,
B.S.


>Gentile signora,

perché un consiglio la possa orientare in modo sensato ci sono molte domande da porre: com’è l’atmosfera in casa? Come sono i rapporti tra lei e suo marito? Come sono i rapporti tra voi e vostro figlio? Avete cercato di interessare vostro figlio alle materie che vi appassionano? Che tipo di dialogo avete stabilito con lui? La curiosità, il desiderio di sapere, la vocazione allo studio non sono una qualità ereditaria, che si trasmetta per via genetica, ma sono frutto di un tessuto relazionale che può essere creato oppure no. Se come mi dice, avete dato per scontato che vostro figlio ereditasse le vostre caratteristiche, forse avete posto meno attenzione al lavoro necessario a coltivare determinate inclinazioni in vostro figlio, nella convinzione che queste sarebbero maturate spontaneamente. Se questo è il caso, probabilmente non è ancora troppo tardi, e un’attenzione in questo senso potrebbe favorire la nascita in lui di quella curiosità di cui lamentate l’assenza.

Un saluto cordiale,
dott. Marco Focchi



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lunedì 8 maggio 2017

Passa molto, moltissimo tempo al computer

Buongiorno dottore, nostro figlio di 19 anni ha delle difficoltà a stare con le persone. Passa molto, moltissimo tempo al computer e spesso lo troviamo davanti allo schermo anche in piena notte. Ci sembra che abbia pochi amici, con noi non vuole parlare si limita a dire che è normale che i giovani di oggi passino tanto tempo al computer e che la cosa gli è utile per imparare molte cose. Ma a noi sembra non abbia amici (o sono tutti virtuali?) e non riusciamo ad entrare nel suo mondo. Appena proviamo a fargli qualche domanda reagisce aggressivamente e sembra che l'unico modo per mantenere un qualche equilibrio in famiglia sia di concedergli di stare al computer. A volte mangia poco, ma io spesso mi accorgo che mangia delle cose dal frigo di notte. Non sappiamo cosa fare, abbiamo paura che vietandogli il computer possa dare di matto. Ultimamente sta saltando anche parecchi giorni a scuola, perché dice che ha dormito poco e non si sente tanto bene. In pratica in quei casi dorme fino all'una del pomeriggio, poi si alza, non mangia e si mette al computer. Mentre era a scuola abbiamo acceso il suo computer ma c'è la password e non possiamo vedere niente. Non sappiamo veramente cosa fare, dovremo costringerlo a fare qualcosa ma siamo spaventati dalle sue reazioni e temiamo che possano solo aggravare la situazione. Cosa ci consiglia di fare? Grazie mille per i suoi preziosi consigli.

G.N.


>Gentile G.N.

dalla descrizione che mi fa sembra che suo figlio sia affetto dalla quella sindrome recentemente identificata che si chiama abitualmente hikikomori, cioè una forma di isolamento, diversa dalla fobia sociale, che colpisce in particolare in adolescenza. Si tratta di un ritiro dalle relazioni, e nei casi più gravi di un isolamento dal mondo, dove spesso il computer è la sola finestra rimasta aperta. Non vi consiglierei quindi di vietare a vostro figlio il computer, perché quello è piuttosto l’ultimo aggancio rimasto che gli permette di comunicare con l’esterno. Si tende in questi casi in genere a considerare l’isolamento come legato a una sorta di dipendenza dal computer, mentre nell’isolamento dell’hikikomori si tratta di qualcosa di molto diverso dalla dipendenza. Occorre piuttosto capire cosa lo porta a questa forma di ritiro, da cosa il soggetto fugge. Sapete se ha mai subito fenomeni di bullismo? Ha mai manifestato precedentemente sfiducia nelle relazioni con i coetanei o in genere con il prossimo? Ci sono stati momenti, anche in infanzia, in cui è stato aperto alle confidenze? A partire da qui, da qualche isola relazionale rimasta intatta, si può cominciare a ricostruire, ma è un lavoro che può essere fatto sotto la guida di un professionista che vi aiuti a vedere quel che dall’interno della situazione voi ovviamente non avete la possibilità di scorgere.
Un saluto cordiale,

dott. Marco Focchi



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mercoledì 26 aprile 2017

Mia figlia è dislessica

Gentile dott. Mia figlia è  dislessica. La scuola non ci è stata d'aiuto, per far si che fossero riconosciuti i suoi bisogni speciali abbiamo lottato con le unghie e con i denti, mettendo in mezzo pure un avvocato.
Dall'adolescenza come se non bastasse mia figlia ha iniziato a soffrire di malesseri: depressione, ansia e veri e propri attacchi di panico. Stava male e  tutto per insegnanti ignoranti,  che si rifiutavano di fare il loro dovere e consideravano me una madre pretenziosa e pazza, che pretendeva un programma personalizzato per la figlia.
E anche io come madre a dover rispondere colpo su colpo a vere e proprie offese e prese in giro dei professori che vedevano solo disimpegno e incapacità.
Considerata la cretina della classe, insomma. E se questi sono i modi degli adulti le lascio immaginare quelli dei compagni.
Non ho voluto cambiare scuola, non abbiamo voluto cedere. Solo bastoni tra le ruote e incomprensione abbiamo ottenuto.
Ha ottenuto la maturità, alle spalle denunce ai professori e una vera e propria guerra legale
Senza dimenticare le ferite quelle restano. Mi chiedo se sia possibile nel 2017 arrivare a questo a farsi giustizia da soli dall'ignoranza.
Grazie


>Gentile signora,

sono stupito della situazione che lei descrive. In genere, nelle scuole che ho conosciuto, ho sempre trovato molta attenzione ai problemi dei bambini, e in particolare per quanto riguarda la dislessia. In alcune scuole c’era addirittura una verifica di routine su tutte le seconde classi per verificare con dei test la possibilità di problemi legati alla dislessia. Quel che ho incontrato è stato piuttosto un eccesso di zelo in questa direzione, che portava a volte a sovradiagnostcare situazioni che non risultavano in realtà affatto patologiche. Sorprende dunque che lei si sia dovuta trovare nella situazione di forzare la mano per ottenere un piano personalizzato, che in genere è nell’interesse stesso dei docenti e della classe far avere. Come ha avuto sua figlia la diagnosi di dislessia? È stata presentata a un centro convenzionato? Ha consultato altri pareri di specialisti per verificare questa diagnosi? Che documentazione ha prodotto nella sua battaglia legale? Non vorrei che si trattasse di un equivoco, come a volte succede, o di un malinteso con il corpo docente. Lei sembra convinta della diagnosi di sua figlia, ma a volte gli esperti danno pareri contrastanti sulla base di sfumature molto sottili.

Un cordiale saluto

dott. Marco Focchi


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