lunedì 8 luglio 2019

Mio figlio non vuole mai fare i compiti delle vacanze

Buongiorno dott. Focchi, 

Sono A., la mamma di F., 12 anni. 
Le scrivo perché mio figlio non vuole mai fare i compiti delle vacanze. Ho provato a farlo andare in un campus estivo dove fra le altre cose dovrebbero fare i compiti ma nulla, non si impegna. 
Eppure è sempre stato un ragazzo diligente! Tutto ad un tratto invece non vuole più studiare. 
All'inizio mi sembrava anche normale dopo la fine della scuola ma ormai è un mese che non tocca libri ed è sempre di fronte allo smartphone. 
Inizio ad essere preoccupata.

Ha qualche consiglio da darmi?

La ringrazio

A.



>Gentile A.,

proviamo a interrogarci sulla funzione dei compiti delle vacanze: devono tenere allenata la mente perché non ci si dimentichi quel che si è imparato durante l’anno ed eventualmente lo si perfezioni e lo si integri con l’esercizio. Questo migliora le prestazioni scolastiche? Mi sono già permesso di esprimere qualche dubbio in proposito in un’altra risposta. Durante la mia consulenza nelle scuole elementari mi sono accorto di come i bambini siano spesso impegnati quasi a tempo pieno nella loro vita extrascolastica: hanno l’ora d’inglese, quella di sport, quella di strumento. Viene quasi cancellato il tempo del gioco o, se non questo, il tempo per annoiarsi. La possibilità di annoiarsi è una fonte insostituibile della creatività e dell’inventiva. Se togliamo ai bambini quei lunghi pomeriggi estivi in cui non hanno nulla da fare e sono quindi portati a inventarsi delle cose, li priviamo di una possibilità che, nella nostra generazione, quando i compiti delle vacanze non erano un obbligo, era pienamente offerta. Ci deve essere un tempo in cui la mente resti a maggese, perché possa essere pienamente coltivata nei momenti del lavoro scolastico.
Se vuole un consiglio dunque, lasci che suo figlio metta da parte i compiti delle vacanze e faccia che le sue vacanze siano davvero vacanze, cioè, come dice la parola stessa, tempo vuoto, tempo senza impegni, in modo che possa lasciar crescere in sé il desiderio di riprendere. Saturare tutti gli spazi vuoti porta all’estinzione del desiderio, e anche e soprattutto del desiderio d’imparare.

Un cordiale saluto

Marco Focchi

lunedì 24 giugno 2019

In crisi perché dovrà cambiare compagni

Buongiorno Dott. Focchi,
sono la mamma di G.; quest’anno ha finito la quinta elementare ed è molto in crisi perché dovrà cambiare probabilmente compagni e ovviamente sente la nostalgia del vecchio istituto scolastico e paura per ciò che l'aspetterà.
Cerco di consolarla ma è sempre difficile. È legata particolarmente a due sue amiche e non sa ancora se le ritroverà alle medie.
Io sto cercando di rassicurarla sul fatto che le amicizie continueranno anche se non fossero nella stessa classe.

Credo siano sentimenti normali per una bimba di 10 anni, ma è da una settimana che la vedo sempre abbacchiata e giù di morale.
Ho pensato di organizzare con le mamme delle altre due amiche di G. dei pomeriggi insieme per mantenere attivo il legame e farle vedere che non è cambiato nulla, che si possono continuare a vedere.
Ma ho paura che magari il sentimento di nostalgia potrebbe crescere.

Lei cosa mi consiglia, crede che sia una buona idea?

Altrimenti cosa potrei fare?

La ringrazio molto dell’aiuto.
Le faccio i complimenti per il blog, è molto utile per noi genitori..

A.


>Gentile A.,

alcuni bambini sono curiosi, si spingono avanti, cercano la novità, e il passaggio di grado della scuola li elettrizza per quel che troveranno di non ancora conosciuto. Altri, come evidentemente G., sono più conservatori, e temono in ogni età di perdere quel che avevano faticosamente acquisito. Di quest’ultima tipologia fanno parte i bambini che non hanno potuto costituire una base sicura, e che quindi temono di allontanarsi da dove sono perché non si sentono certi di poter tornare a un appoggio solido. Le ragioni di questo sono remote, e risalgono alle prime esperienze di vita, il cui retaggio è in genere un carattere un po’ ansioso.
Per quanto riguarda G. non le suggerirei di insistere sula continuità, anche perché è verosimile che, a quell’età, le amiche che si dividono in scuole diverse possano fare altri incontri e creare nuovi legami. Le suggerirei piuttosto di rassicurarla su quel che troverà, di farle sentire che esiste, soprattutto alla sua età, un potenzialità per creare nuovi legami, e quindi che avrà nuove amiche, anche se non è detto che debba perdere quelle che ha già. Non è dicendole che non è cambiato nulla che può affrontare la situazione, perché in realtà qualcosa è cambiato, e cambierà anche di più. È piuttosto dandole i mezzi e l’appoggio per affrontare questi cambiamenti, dato che la vita è fatta di variazioni, soprattutto quella contemporanea, ed è meglio prepararsi a questo presto.
Un saluto cordiale

Marco Focchi

lunedì 17 giugno 2019

Quando non riesce a finire un esercizio va nel pallone e si blocca

Buongiorno Dott. Focchi,
Sono una ragazza che aiuta i bambini a fare i compiti al doposcuola delle medie.
Mi chiedevo se ci fossero dei modi per aiutare un ragazzo che quando non riesce a finire un esercizio (capita con la matematica) va nel pallone e si blocca, e non fa più nulla fino alla fine del doposcuola.
C’è qualcosa che posso fare oppure posso suggerire ai genitori qualche tipo di percorso?

La ringrazio per l’aiuto.
Le auguro una buona giornata!

Valeria


>Gentile Valeria,

se un ragazzino non riesce a finire un compito, in genere, è perché si distrae, e altri pensieri da quelli di cui deve occuparsi entrano nel suo campo d’attenzione. Si dice allora, di solito, che è un ragazzino  distratto. L’attenzione non è tuttavia una dote naturale che si ha o non si ha. Sono stati fatti precisi studi dagli psicologi dell’Università dell’Indiana, negli Stati Uniti, che mostrano come sin dalla primissima infanzia l’atteggiamento partecipe e focalizzato dell’adulto sia in grado di catalizzare l’attenzione del bambino, e quindi di favorirne lo sviluppo. Con un ragazzino delle medie ovviamente molta acqua è passata sotto i ponti, ma questo non significa non si possa intervenire. Per sollecitare la sua attenzione occorre… dedicargli attenzione, accompagnarlo nella realizzazione dei suoi compiti, mostrare il nostro interesse negli argomenti che sta trattando, e anche il nostro interesse per lui. Il legame con l’adulto è la chiave fondamentale per trovare un contatto con le potenzialità di un bambino. Se si sente nel cono illuminato delle nostre cure risponde positivamente, si responsabilizza. Naturalmente si tratta di entrare nell’ordine di idee che la scuola non è solo trasmissione di informazioni, e che la formazione del carattere è la premessa per la costruzione delle capacità che è necessario acquisire.

Un cordiale saluto

Marco Focchi

giovedì 6 giugno 2019

Ho letto la notizia della ragazza in Olanda

Buongiorno Dott. Focchi,
Sono un insegnante di Filosofia in un liceo di Torino.

Ho letto la notizia di ieri della ragazza che ha praticato l’eutanasia in Olanda e sono sconvolto.
Mi è capitato più volte nella mia vita di incontrare ragazze e ragazzi problematici, ma mai ho potuto immaginare una soluzione tanto drastica.
Vorrei parlarne in classe senza fare moralismi o risultare pesante. Credo che la vita sia un dono speciale.
Le è mai capitato di affrontare un tema tanto delicato soprattutto con ragazzi adolescenti?
Se sì, in che modo l’ha fatto? Altrimenti, dovesse immaginarlo, come lo farebbe?

La ringrazio per il supporto.

D.



>Gentile D.,

Più volte ho incontrato, nella mia vita professionale, situazioni estreme che si affacciavano a un desiderio di morte. Il suicidio è una delle cose più misteriose e difficili da spiegare. Nelle psicosi è affrontato spesso con lucidità fredda. Nelle depressioni nevrotiche giunge all'estremo limite della disperazione. Per l’eutanasia si vorrebbe pensare che si tratta di una decisione razionalmente presa, quando la vita risulta insostenibile. Dubito però che una simile scelta possa essere messa interamente sotto la luce della razionalità. Nel caso della ragazza olandese è successivamente emerso che la notizia circolata attraverso i media di tutto il mondo non risultava corretta, in quanto le autorità hanno negato il consenso all'eutanasia e a quanto pare la ragazza si è lasciata morire cessando di nutrirsi. Approfondimenti sono tuttora in corso da parte delle autorità olandesi. Al di là di questo, di questa storia colpisce la giovane età, l’orizzonte immenso di vita che si chiude, le possibilità e potenzialità perdute. Chiaramente di fronte a queste situazioni il nostro primo impulso è difendere la vita. Una cosa però vorrei osservare. Nel dibattito scaturito dal caso olandese molti hanno asserito di comprendere l’insopportabilità della vita menomata dal dolore fisico, ma considerando che dal dolore morale e psicologico c’è invece sempre una via d’uscita. È una considerazione che può partire da premesse soggettive, e solo misurata su quella che è la propria vita, Nella mia esperienza professionale troppe volte ho visto un dolore psicologico estremo certamente più insopportabile di un dolore fisico. Non dobbiamo mai sottovalutare una situazione di sofferenza perché “solo psicologica”, come se per uscirne bastasse un atto volontario o forza di carattere. Per questo non mi sento di giudicare i medici che si sono trovati di fronte al caso di Noa, senza conoscere a fondo e di prima mano la situazione. La difesa della vita è nobile e tutti vi aderiamo, ma conosciamo la vita di chi è disperato al punto di non poterla più sopportare?

Marco Focchi

mercoledì 5 giugno 2019

Ostinatamente, vuole seguire le orme del padre

Buongiorno Dott. Focchi,
Sono la mamma di un ragazzo che fa quest’anno l’esame di maturità allo scientifico.

Mio figlio ha una sola materia in cui non è per niente brillante: matematica.
Lo so quello che sta pensando, magari non doveva scegliere lo scientifico, ma credo che questo percorso abbia un valore emotivo importante per mio figlio.
Mio marito (ingegnere) spingeva sempre nostro figlio verso le materie scientifiche ed è forse per questo che M., mio figlio, ha scelto questa scuola.
Il problema è che mio marito purtroppo due anni fa è mancato, e adesso mio figlio, quasi ostinatamente, vuole seguire le orme del padre.
Forse ha paura che allontanarsi dall'ingegneria in qualche modo lo allontani dal papà.
Ho provato a parlargliene ma lui si trincera e dice che vuole farcela.
Ho paura che stia facendo una scelta sbagliata dettata da un malessere del cuore che non potrà essere curato facendo scelte (evidentemente) sbagliate per sopperire ad una mancanza emotiva che lo studio e la carriera non potranno mai riempire.
Come posso toccare questo argomento con lui in modo tale da fargli capire che per il suo bene deve prendere in considerazione altre vie per l’università?

Mi aiuti.
Grazie mille.
C. 


>Gentile C.,

Il problema che pone è molto delicato: si tratta del conflitto tra l’idea, la sua, che suo figlio dovrebbe seguire un corso di studi più adeguato alle sue capacità e l’idea di suo figlio di seguire le orme del padre. La sua idea è chiara è ragionevole. Quella di suo figlio affonda le radici in motivazioni inconsce che non abbiamo in questa sede elementi per sondare. Alla luce di un medio buon senso dovremmo dire che l’idea razionale ha tutti i migliori motivi per prevalere. Ma è proprio così? Siamo in grado di calcolare le conseguenze di una scelta che romperebbe un equilibrio psicologico costruito da suo figlio e che compensa situazioni in cui non possiamo, allo stato attuale, vedere chiaramente? Ci sono diversi fattori in gioco. Il primo è: la difficoltà con la matematica per suo figlio è davvero seria, non rimediabile? Un aiuto non potrebbe portarlo fuori dalle secche? Il secondo è: quanto è radicata in suo figlio la decisione di seguire le orme paterne? Per trovare un giusto orientamento in questa situazione ci sono elementi che non possono essere allineati semplicemente sul piano della razionalità, e forse l’aiuto di uno specialista in grado di fare una lettura più profonda delle motivazioni inconsce sarebbe la cosa migliore.
Un cordiale saluto

Dott. Marco Focchi

lunedì 13 maggio 2019

Lui sta attraversando la classica fase di ribellione

Buongiorno Dott. Focchi,
Le scrivo in quanto credo di avere il più comune dei problemi che possa avere una madre con il proprio figlio adolescente.
Non riusciamo a comunicare.
Lui sta attraversando la classica fase di ribellione, contraddicendo ogni genere di autorità.
Ovviamente questo si ripercuote a scuola con un netto peggioramento, ma non trovo il modo di parlargli senza che lui si chiuda in se stesso.
Non ha cambiato giri di amici e non credo proprio si sia avvicinato a droghe o sostanze che gli possano nuocere.
Sto anche cercando di capire come mi ero comportata io durante l'adolescenza e credo di poterlo anche capire.
Ma rimane questa incapacità, probabilmente mia, di arrivare a lui.

Mi darebbe un consiglio?

La ringrazio.

A. 



>Gentile A.,

lei dice di capire che forse il suo comportamento con suo figlio durante l’adolescenza può avere avuto un’incidenza sulla situazione che si trova a vivere ora. Suo figlio però, è ancora adolescente. Quanto anni ha? In che fase dell’adolescenza si trova? E cosa sente lei di aver fatto che può avere avuto un’influenza negativa? Queste sono le prime domande da farsi per capire come inquadrare la situazione. Se suo figlio si trova nella tarda adolescenza, come sembra di poter supporre, è in un momento in cui le relazioni orizzontali, quelle con i coetanei, contano di più, e il rapporto con i genitori, se non ci sono particolari crisi in atto, ha un’influenza minore. Se non riesce a comunicare con suo figlio ora, mentre prima aveva dei canali di contatto con lui, può cercare di capire quali erano questi canali, cercando di riattivarli, con il necessario aggiornamento, nella situazione attuale. Se invece le sembra di aver sempre avuto difficoltà di comunicazione con suo figlio, allora forse potrebbe aiutarla uno psicoterapeuta che veda lei e suo figlio, insieme o separatamente, come lui riterrà meglio, per creare una migliore possibilità di comunicazione e per avvicinare due universi che potrebbero essere sempre stati un po’ troppo distanti.
Un saluto cordiale

Marco Focchi

venerdì 10 maggio 2019

Il padre in tutta risposta mi ha aggredito verbalmente davanti ai colleghi

Buongiorno dott. Focchi, 
Sono un'insegnante di Livorno, lavoro in una scuola media inferiore. 
È successo un fatto increscioso. 
Durante un classico colloquio con i genitori ho chiesto al padre di una mia alunna di spronarla a studiare di più e provare eventualmente con delle ripetizioni di matematica. 
La bimba premetto che è molto intelligente, ma vive una situazione molto difficile a casa. 
Il padre in tutta risposta mi ha aggredito verbalmente davanti ai colleghi ed era talmente alterato che ho avuto paura che stesse per aggredirmi anche fisicamente. 
Sosteneva che io non fossi nessuno per dire come gestire la figlia fuori dall'orario scolastico. 
Ovviamente il suo linguaggio era un pelo più colorito.

Ogni volta che ci incrociamo, durante l'uscita dalla scuola diventa inopportuno e vedo che la figlia è molto succube. 

Da un lato ho paura che contattando gli assistenti sociali ci siano poi delle ripercussioni sulla mia persona, d'altra parte lasciare una bimba in questa condizione a casa mi spaventa e sinceramente non credo di farcela. 

Lei cosa mi consiglia di fare? 

La ringrazio infinitamente. 

A. 


>Gentile signora,

il problema che pone è di grande attualità, e riguarda il conflitto tra famiglia e scuola. Sempre più spesso ci troviamo di fronte a famiglie che, invece di alimentare un’alleanza educativa, si schierano a protezione dei figli impermeabilizzandoli da qualsiasi influsso da parte della scuola. Questo indebolisce evidentemente l’autorità degli insegnanti, che si trovano senza strumenti per svolgere il loro compito. Si tratta comunque di non cedere, di non dimissionare dal proprio compito educativo, cercando l’alleanza con la famiglia quando è possibile e quanto più è possibile. È chiaro che di fronte ad atteggiamenti di violenza, come quelli che lei descrive, non ci sono mediazioni dialogiche. Questo non toglie che la bambina possa fruire dell’ambiente positivo che si crea a scuola, ed è senz'altro più importante questo delle eventuali lezioni di matematica che potrebbero, certo, aiutarla sul piano dell’apprendimento. In gioco, nella situazione che lei mi presenta, non è solo l’apprendimento, ma qualcosa più di fondo, che riguarda la formazione del carattere, e in questo la scuola può comunque fare ancora molto.

Un saluto cordiale

Marco Focchi

martedì 16 aprile 2019

Ho baciato un mio allievo di quinta

Buongiorno Dott. Focchi,
Trovo il suo blog davvero molto interessante.

Approfitto del mezzo digitale per raccontare un aneddoto che di persona non sono riuscita ancora a dire a nessuno.

Ho baciato un mio allievo di quinta. Io ho 32 anni. Lui 18 fra un mese.
È successo per caso, senza troppe pretese, dopo una gita.
Siamo andati con la classe a vedere una mostra sul Mantegna, e lui, che di arte se ne intende, ha iniziato a raccontarmi del suo amore per questo artista, poi abbiamo spaziato e ci siamo fermati a prendere un caffè al ritorno dalla mostra.
È molto adulto e molto maturo.

È stato bellissimo parlarsi e l’intesa era altissima (cosa che delle volte in classe si era già fatta sentire).
Al momento del saluto lui ha provato a baciarmi e io non ho fatto nulla per allontanarlo.

Questo non ha cambiato niente a livello scolastico, addirittura una volta era impreparato, ha avuto il voto che si meritava e lui mi ha scritto per dirmi che gli dispiaceva avermi delusa ma che non voleva alcun tipo di favoritismo e che si sarebbe messo a studiare.

Io mi dico di aspettare che faccia la maturità. E lo dice anche lui.
Chiarisco che non è avvenuto alcun atto sessuale.
Ma l’ansia di essere scoperta è enorme.

Cosa mi suggerisce?

La ringrazio
L.


>Gentile signora,

il suo allievo ha 18 anni, ed è maggiorenne. C’è naturalmente una importane differenza d’età tra voi, ma non è questo il problema. Per quanto, come lei mi dice, non ci sia stata nessuna ripercussione sul piano scolastico, non si può trascurare la diversa posizione e i diversi ruoli che avete l’uno per l’altra. La situazione è rimasta sotto controllo nel tempo breve che lei mi descrive, ma è sicura che negli sviluppi che la vostra tensione sentimentale potrà avere nulla davvero cambi? Non credo sia qualcosa che possa rimanere semplicemente sotto il governo delle decisioni razionali, e non credo neppure che possa restare ininfluente nel contesto scolastico, non tanto per un problema di favoritismo, ma per le interferenza che la vostra relazione può avere sul canale di trasmissione del sapere che passa tra allievo e docente e che per funzionare deve avere una sua intensità emotiva, ma che può essere disturbato da una corrente sentimentale.
Io suggerirei che il suo allievo cambi scuola, prosegua serenamente il suo corso di studi, e il piano sentimentale e quello didattico restino debitamente separati.
Un cordiale saluto

Marco Focchi

martedì 2 aprile 2019

Mio figlio ha atteggiamenti effemminati

Buongiorno Dottore, 

Le scrivo perché mio figlio ha atteggiamenti effemminati e sta avendo problemi con se stesso. 

A scuola è stato talmente bullizzato che io e mio marito abbiamo deciso di fargli cambiare scuola. 
Ovviamente supportiamo nostro figlio e non vogliamo farlo sentire sbagliato. 
Gli stiamo insegnando il valore della diversità. In tutti e in tutto ciò che ci circonda. 
Ma comunque il trauma è stato forte. 

Secondo Lei dobbiamo approcciare un percorso con uno psicologo? 
Ci sono anche realtà di supporto anche per i genitori? 

La ringrazio tanto. 

M.


>Gentile M.
il bullismo è un fenomeno che si è oggi amplificato attraverso la rete, e si parla di cyberbullismo, che è più difficile da contenere, e più invasivo. Da quel che lei dice mi sembra che suo figlio abbia subito fenomeni di bullismo classico, che sono comunque molto pesanti e distruttivi delle sicurezze che sostengono un ragazzo.
La vostra scelta di far seguire vostro figlio da uno psicologo è sicuramente la migliore. Capisco anche la necessità che voi sentite di un sostegno per voi stessi, e ci sono molte strutture, tra cui la nostra, che possono fornirlo.
Per quanto riguarda gli atteggiamenti effemminati sono un problema solo se suo figlio si sente distonico con essi. Anche il termine “effemminato” andrebbe ripensato alla luce del fatto che implica un significato negativo per il femminile, e che è quindi residuo di una cultura patriarcale ormai al tramonto.

Un cordiale saluto
Marco Focchi

lunedì 25 marzo 2019

Trovo mia figlia completamente esagitata perché un bimbo ha mostrato i suoi attributi in classe.

Buongiorno dott. Focchi,

Mi chiamo C., nella scuola di mia figlia è successo un fatto increscioso! Sono andata a prenderla al doposcuola e trovo mia figlia completamente esagitata perché un bimbo (di 8 anni) ha mostrato i suoi attributi in classe.

Mi sono fortemente lamentata con la maestra ma nulla, sembrano non voler prendere provvedimenti. Dicono che è normale a quell’età e hanno redarguito il bimbo..
Io vorrei invece che queste cose non succedano più e venga data una punizione chiara per questo bimbo.
Capisco tutto ma non approvo che mia figlia sia costretta a vedere cose del genere a quella età.

A chi mi posso rivolgere?


>Gentile C.,

In effetti cose del genere succedono. Non vanno sottovalutate, ma neppure drammatizzate. Innanzi tutto occorre che lei parli con sua figlia e che la tranquillizzi se, come mi dice, la sua reazione è stata di esagitazione. Non insisterei sull’idea di una punizione esemplare per il colpevole, se questo è già stato redarguito dalle insegnanti. Anche lui va piuttosto instradato che represso.
Quando mi chiede a chi può rivolgersi, direi che dovrebbe rivolgersi innanzitutto a sua figlia per aiutarla a staccarsi dal momento critico che ha vissuto, e darle quella calma per affrontare le situazioni che deve però essere lei la prima a trovare in sé e a possedere.

Un saluto cordiale
Marco Focchi

lunedì 18 marzo 2019

Mia figlia era in classe sdraiata per terra che non ascoltava nulla

Buongiorno Dott. Focchi, 

Le scrivo perché sono esasperata. 
Sono la mamma di una bimba di 6 anni appena entrata alle elementari. 
La maestra dopo soli 10 giorni mi chiama al cellulare chiedendo di venire a vedere mia figlia che era in classe sdraiata per terra che non ascoltava nulla. 

Arrivo e chiedo a mia figlia di sedersi composta e lo fa..
Seguono alcune lamentele sempre da questa maestra e poi mi fanno convocare dal preside per fare un colloquio con una psicologa collegata alla scuola. 
Mi suggeriscono anche un colloquio con un neuropsichiatra ma rifiuto. 
A quell’età ho troppa paura che venga etichettata e sottoposta a cure con psicofarmaci. 

Lei può darmi dei suggerimenti? 
Alla materna non è mai successo nulla del genere.. 

La ringrazio

F.



>Gentile F.,

credo lei abbia parlato con sua figlia dopo l’episodio. Le ha detto qualcosa?  Ha potuto capire se c’erano stati dei problemi recentemente? C’è stata qualche manifestazione particolare che a casa lei ha potuto notare? Qualche anomalia, anche piccola, rispetto al comportamento abituale di sua figlia? Ci possono essere motivi molto diversi per un assentarsi così radicale e, apparentemente, improvviso. Non è possibile escludere nessuna causa, neppure neurologica. Motivo per cui non rifiuterei a priori una visita medica. La considerazione da fare è che se viene ipotizzato un disturbo di tipo medico deve essere diagnosticatile in modo evidente, con documentazione clinica che indica le parti interessate. Le suggerirei quindi di fare questo passo preliminare e poi fare delle valutazioni. Se non ci sono problemi neurologici evidenti, se si resta nel campo delle sole ipotesi, allora è meglio fare incontrare a sua figlia uno psicoterapeuta che possa rendersi conto della condizione psicologica della bambina, e prendere le misure necessarie del caso.

Un cordiale saluto

Marco Focchi  

giovedì 14 marzo 2019

Ha fatto il test di ingresso al Politecnico di Torino e non l’ha passato

Buongiorno Dott. Focchi,
Le scrivo perché mio figlio, che è in 5 superiore, ha fatto il test di ingresso al Politecnico di Torino e non l’ha passato. A parte che ritengo strano che adesso facciano i test d’ingresso a Febbraio dell’anno precedente..
In cuor mio credo che forse è meglio così in quanto non è neanche bravo in matematica, quindi poteva essere deleterio iscriversi per lui in quella facoltà.
Ma adesso è un pochino perso e non vede alternative.

Non so neanche cosa suggerirgli.. 
Cosa mi consiglia?

La ringrazio

L.


>Gentile signora,

dice che per suo figlio  sarebbe stato deleterio iscriversi al Politecnico perché non è bravo in matematica. Cosa dunque l’ha portato a scegliere quella facoltà? Ne avevate parlato? C’è qualche passione particolare che l’ha spinto in quella direzione? Credo che queste siano le questioni importanti. Se la scelta di una facoltà è motivata da una passione, anche se non in tutte le materie chi la sceglie si sente ferrato, la spinta può tuttavia essere forte e portare a superare le difficoltà. Nessun percorso universitario d’altra parte è lineare o semplice. Credo sia importante sostenere la scelta dei figli quando questa è determinata da una reale inclinazione. Per certe facoltà, come quelle umanistiche o artistiche, spesso i giovani incontrano l’opposizione della famiglia perché sono facoltà “povere”, che non aprono a professioni redditizie. Consideri che la sola povertà è quella di una vita costretta in un lavoro non amato e non scelto, anche se redditizio.
Le direi dunque: parli a lungo con suo figlio e cerchi di capire insieme a lui qual è la sua strada, per poterlo aiutare a imboccarla e a mettersi in gioco fino in fondo in questa.

Un cordiale saluto

Marco Focchi

lunedì 4 marzo 2019

Mia figlia ha trascorso lo scorso anno in Australia

Buongiorno Dott. Focchi,
Mia figlia ha trascorso lo scorso anno (la quarta liceo) in Australia in un progetto di scambio.
Nonostante le lacune su alcune parti del programma mia figlia è rimasta entusiasta di questo percorso.
Ora però vive un pò di scoraggiamento.
In Australia mi raccontava che le lezioni fossero molto poco “frontali” e l’insegnate favoriva un atteggiamento partecipativo della lezione. Questo ha dato anche un po’ di aiuto a mia figlia a superare i problemi di insicurezza legati alla lingua e al fatto che non conoscesse nessuno.
Adesso vive il ritorno in Italia come castrante (si dice così?) in quanto non esiste il dialogo partecipativo che c’era in Australia.
Cosa mi suggerisce di fare con mia figlia?
È anche l’anno della maturità ed è un momento delicato per lei..
La ringrazio per la risposta

G.



>Gentile signora,
I sistemi scolastici nei diversi paesi sono tra loro molto diversi, e non necessariamente devono essere messi in graduatoria. L’educazione dei giovani è legata al tipo di società che si vuole creare. Naturalmente in ogni sistema si possono fare osservazioni e critiche, e senz'altro anche il sistema scolastico italiano è passibile di essere migliorato. Questo non vuol dire che in ogni caso la lezione frontale sia meno efficace di quella a maggiore intensità partecipativa. Nel sistema scolastico italiano inoltre la partecipazione è in genere favorita dagli insegnanti. Non so quindi quale sia la specifica situazione nella scuola di sua figlia, ma credo che un colloquio con i professori, mirato a esporre le difficoltà che sua figlia le indica e a sollecitare una loro collaborazione possa essere la cosa migliore. Probabilmente anzi i docenti di sua figlia le saranno grati di aver loro segnalato il problema dando loro la possibilità di migliorare il rapporto educativo con una loro allieva.

Un saluto cordiale
Marco Focchi

giovedì 28 febbraio 2019

Famiglie completamente vuote, senza valori, che vogliono solo far eccellere il proprio figlio

Buongiorno Dott. Focchi, 
Sono un’insegnante di 43 anni, lavoro in una scuola superiore, un liceo, nell’hinterland milanese. 
Ho sempre adorato fare questo lavoro ma ultimamente, anche in virtù dell’abbassamento dei valori che viviamo in Italia in questo momento storico, vivo molto male il fatto che debba avere a che fare con famiglie completamente vuote, senza valori, che vogliono solo far eccellere il proprio figlio (in una sorta di performance perenne), non si interessano in alcun modo dei figli o nel peggio dei casi educano i figli all’odio.
Ho assistito ad un evento discriminatorio nei confronti di una ragazza di colore. Veramente una cosa pesante. Peraltro una ragazza che è nella stessa classe da un anno e mezzo ormai.. 
Ho convocato i genitori della ragazza che ha effettuato la discriminazione e loro in tutta risposta appoggiavano l’atteggiamento della figlia. 

Cosa posso fare?
La ringrazio! 



>Gentile signora,
lei parla dell’abbassamento dei valori in italia (aggiungerei: non solo) ed è una realtà che sta sotto gli occhi di tutti noi. Credo che la scuola sia su questo un termometro particolarmente sensibile. La scuola è però anche il luogo per eccellenza deputato alla formazione dei valori che sostengono la comunità in cui viviamo. Naturalmente prima della scuola viene la famiglia, ma la scuola è il primo contesto dove il bambino si trova a contatto con adulti diversi dalla famiglia. Conosco bene la difficoltà che gli insegnanti incontrano quando i concetti etici che la scuola vuole trasmettere non sono riconosciuti dalla famiglia. Questo però non ci esime dal compito di sostenere l’impegno che nella scuola, soprattutto nelle prime classi, non è solo intellettuale ma anche e soprattutto civile ed educativo. Possiamo restare sconfortati dall'abbassamento di tono del dibattito pubblico, o dalle scelte che la politica opera in questo momento. Le famiglie evidentemente ne subiscono l’influenza. Dobbiamo allora, in un certo senso, educare anche le famiglie. So che è un compito enorme, ma gli insegnanti con cui ho lavorato negli anni di consulenza che ho fatto nella scuola elementare mi hanno dato la testimonianza di una dedizione e di un buon senso che non si infrangeva contro ostacoli che considero momentanei e rispetto ai quali abbiamo un dovere di resistenza. Non c’è insegnamento, e non c’è psicologia, che non implichino anche un preciso impegno etico e politico, e in questo momento questo impegno deve andare in direzione di contrastare l’odio e il razzismo.
Un cordiale saluto

Marco Focchi 

martedì 26 febbraio 2019

Se alzo la mano mi ignora e dice che non è il momento di fare domande

Salve mi chiamo M. e ho 12 anni, il mio problema è la mia prof. di matematica: appena è arrivata a insegnare nella mia classe (da quest'anno) mi è subito sembrata molto simpatica, ma da circa un mese non riesco a sopportarla: se alzo la mano mi ignora e dice che non è il momento di fare domande, poi durante una verifica mi ha messo in imbarazzo davanti a tutta la classe e non ne ho mai capito il motivo...



>Cara M.,

non so cosa possa essere successo tra te e la professoressa, tale da rovesciare quel che prima era un rapporto di simpatia trasformandolo in insofferenza. A volte tali mutamenti sono legati a impressioni molto soggettive, che influiscono sul nostro comportamento portando gli altri a modificare il loro. È difficile dirlo quindi senza conoscere direttamente la situazione.
Il consiglio che posso darti è di provare a parlarne con i tuoi, far loro avere un colloquio con la tua professoressa in modo che possano spiegarsi, capire per esempio qual è la valutazione che lei ha di te, in modo che tu possa regolarti di conseguenza. Sino a che le cose restano taciute si prestano a innumerevoli equivoci. Quel che a te può sembrare antipatia è magari semplicemente segno di un atteggiamento riservato. Una spiegazione tra adulti, tra la tua professoressa e i tuoi genitori mi sembra in questo caso il modo migliore per affrontare le cose.

Un saluto cordiale

Marco Focchi